Termina un anno in cui il Covid ha continuato a far avvertire la sua presenza ogni giorno. Malati in ospedale ce ne sono sempre, e i contagi non finiscono mai. Sono numeri ancora pesanti anche se non drammatici come quelli del 29 dicembre del 2021,. Oggi il virus sembra essere un’altra cosa. Ne parliamo con uno dei massimi esperti, Giorgio Palù, professore emerito di microbiologia e virologia all’università di Padova e presidente dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco attualmente in fase di riforma.
Possiamo considerare il Covid come un’influenza stagionale?
Sars-Cov-2 non è ancora endemico come i virus respiratori responsabili di endemie stagionali che rappresentano agenti infettivi e trasmissibili noti da tempo, costantemente presenti in una determinata regione o popolazione del globo, senza immissioni dall’esterno, con picchi di incidenza e prevalenza più alti in autunno e d’inverno. Il nuovo coronavirus ha sì una aumentata diffusione nella stagione invernale ma mantiene una significativa e continua circolazione in vaste aree del pianeta a diverse latitudini. Sembra, però, stia adattandosi sempre più alla specie umana come dimostra la persistenza, da oltre un anno, della variante Omicron.
E, quindi, la sua evoluzione?
Il suo destino finale dovrebbe essere quello di diventare un virus endemico come i virus dell’influenza, i coronavirus del raffreddore e quasi tutti i virus a diffusione aerea, che colpiscono con maggior frequenza nelle regioni in cui si approssima l’inverno quando si abbassano le temperature e in concomitanza di assembramenti in luoghi chiusi. Ad oggi l’incidenza settimanale di Covid-19 per 100.000 abitanti è circa 10-15 volte inferiore a quella dell’influenza sindromica diagnosticata dai medici sentinella e dai pediatri.
Diventerà, dunque, un Covid più addomesticato...
Per due ragioni. La prima è un naturale processo di evoluzione che sfocia in una coesistenza del virus con la nostra specie. La seconda è l’immunità acquisita dalla popolazione grazie alle vaccinazioni giunte ad oltre 13 miliardi di dosi e all’infezione naturale. Si stima che più del 90% della popolazione in molti Paesi abbia ormai incontrato il virus o ricevuto il vaccino.
Potrà esserci prima o poi il rischio zero?
Il cosiddetto Covid zero predicato e perseguito dai cinesi, non esiste. Gli stessi cinesi stanno abbandonando le misure di stretto lockdown, l’obbligo della quarantena e dei tamponi, e spingono a lavorare anche i medici ancora positivi. La quarantena fino a tampone negativo è stata messa da parte già da tempo nel Regno Unito e in Spagna.
Si può parlare oggi di pandemia?
La pandemia continua, assunta quasi a categoria esistenziale e sociale, è un non senso virologico per un virus che conosciamo da quasi tre anni e per il quale disponiamo di farmaci specifici e vaccini efficaci. In questa fase dell’epidemia, con Sars-Cov-2 nettamente meno virulento e letale rispetto al suo esordio, anche le esigenze della collettività vanno commisurate al rispetto delle libertà individuali.
I fragili rischieranno sempre?
Come per l’influenza ed altre malattie infettive, i fragili sono soggetti a rischio. Dovranno essere protetti dal Covid-19 con le vaccinazioni e i farmaci antivirali specifici oggi disponibili. Non dimentichiamoci una cosa: rispetto all’influenza, Covid-19, specie inizialmente, si è caratterizzato per dar luogo, oltre ai comuni disturbi delle prime vie aeree, ad anosmia e disgeusia, vale a dire la perdita o diminuzione di olfatto e gusto, e poi anche a polmoniti interstiziali, forme più rare nell’influenza causate di solito da sovrapposizioni batteriche. Aggiungiamoci le vasculiti e le manifestazioni infiammatorie diffuse a vari organi oltre che le sindromi croniche come il long-Covid. Sono condizioni cliniche gravi assolutamente da evitare.
Dovremmo continuare a portare le mascherine?
Sarà necessario in determinate situazioni, quando ad esempio si frequentano istituti e case di ricovero e cura, siti e locali di particolare assembramento non areati specie se ci sono persone anziane e fragili, oppure si sale su mezzi di trasporto pubblici. E questo non solo per rispondere alle attuali raccomandazioni ministeriali, ma per un doveroso rispetto di chi, per la presenza di patologie concomitanti, per uno stato di immunodepressione naturale per l’età o acquisita a causa di terapie, è a rischio di contrarre una forma grave di Covid. In queste situazioni, per un dettato bioetico, il bene della collettività prevale sui diritti della singola persona.
Serve vaccinarsi ancora con una quinta dose?
La quinta dose è prevista e raccomandata a distanza di 120 giorni dalla quarta per le persone immunodepresse.
A breve potrebbe esplodere una nuova pandemia?
Fare predizioni ora non è possibile. Basti pensare che tra le ultime due pandemie di influenza, H3N2 nel 1968 e H1N1sw nel 2009, sono intercorsi 41 anni. Va, però, tenuto presente che i virus sono gli elementi vitali più diffusi nel pianeta in grado di replicarsi e di infettare tutte le specie viventi, microbiche, vegetali, animali. Di questi virus conosciamo i principali patogeni per l’uomo ma ne esistono decine di milioni sconosciuti. Un esempio: i batteriofagi che infettano i batteri e popolano il nostro intestino.
Il principale pericolo?
Violando gli ecosistemi con deforestazioni, cambiamenti climatici, polluzione chimica, allevamenti massivi di varie specie animali in stretta contiguità spaziale per scopi alimentari, stiamo esponendo l’umanità all’introduzione di nuovi virus potenzialmente patogeni, in particolare da serbatoi di animali a noi vicini filogeneticamente come i mammiferi.
Quali i più indiziati ?
I roditori e i chirotteri. Rappresentano le specie più diffuse. Per questo è necessario investire in virologia evoluzionistica, disciplina di base che studia l’interfaccia ambiente, animali, uomo, e in strutture di allerta pandemica come l’americana Barda e l’europea Hera per conoscere in anticipo da quale ecosistema e specie animale potrà arrivare la nuova minaccia pandemica, e preparare adeguate risposte, presidi di sanità pubblica, strumenti diagnostici, farmaci e vaccini.
Oggi nelle farmacie mancano moltissimi farmaci fra i quali parecchi per l'infanzia. Se ne contano addirittura 3 mila. Il problema riguarda pure il Covid. Cosa fare per superare questa criticità? L’Aifa ha preso qualche contromisura?
È vero. Esistono difficoltà anche per l’approvvigionamento e la distribuzione di farmaci e vaccini anti-Covid-19. L’Aifa ha già fatto presente questa situazione. Ci si dovrebbe però chiedere quali siano le cause.
E quali sono?
Sono molteplici e non solo di tipo organizzativo. Esistono serie difficoltà da parte dell’industria farmaceutica di acquisire le materie prime necessarie per la sintesi chimica dei farmaci; per l’80-85% sono prodotte in India e in Cina. E c’è una situazione di speculazione dovuta alle emergenze economico-finanziarie e belliche che condizionano gli scambi.
Cosa servirebbe?
Una risposta politica forte che richiede una visione di sviluppo del Paese a medio-lungo periodo incentrata sugli investimenti scientifici, tecnologici e industriali.