L'editoriale

L'addio al campione. La storia ora gli restituisca la medaglia olimpica

Ha sempre ricordato la «ferita ancora aperta di una medaglia d'argento olimpica che sento mia anche se ho dovuto restituirla perché quei fatti di doping non mi riguardavano»
Rebellin con l'argento vinto nel 2008 a Beijing e che poi gli venne tolta
Rebellin con l'argento vinto nel 2008 a Beijing e che poi gli venne tolta
Rebellin con l'argento vinto nel 2008 a Beijing e che poi gli venne tolta
Rebellin con l'argento vinto nel 2008 a Beijing e che poi gli venne tolta

Ha vinto da piccolo, da adolescente, da adulto, da «vecchio» (a 48 anni l'ultimo successo). Nessun professionista, probabilmente, ha pedalato per così tanti chilometri come lui, da ragazzino alle pedalate ecologiche alle prime gare con i giovanissimi sino ai trent'anni da professionista, soprattutto perché nessuno o pochi si allenava così tanto.

 

Quarant'anni di ciclismo e di aneddoti

Davide Rebellin era in simbiosi con la bici, quasi una cosa unica. Sei-sette ore di allenamento erano la normalità, la fatica giornaliera, anche la gioia di ogni giorno, tanto che smesso di correre ha continuato a pedalare, pressoché ogni giorno, per piacere «perché - diceva - se un giorno sto fermo e non tocco la bici, il giorno dopo sto male». Il mestiere di scrivere può essere lacerante quando si tratta di ricordare una persona con la quale si è condiviso quarant'anni di ciclismo. Gli aneddoti si rincorrono, dal Davide che, da allievo e juniores, stupiva leggendo la Bibbia nei raduni della squadra al «peccato di gola» confessato quando, leader del Giro del Veneto, corsa a tappe dilettanti, dopo una tappa conclusa a Bagnolo di Nogarole Rocca, «alla sera avevo festeggiato più del dovuto mangiando un po' troppa torta» con la conseguenza del ritiro il giorno dopo, ma anche quella di «aver imparato qualcosa e sono sicuro che non ci ricadrò», dalla «settimana magica in cui ho vinto tre classiche al Nord» alla «ferita ancora aperta di una medaglia d'argento olimpica che sento mia anche se ho dovuto restituirla perché quei fatti di doping non mi riguardavano» e, ancora, «dai dubbi sul provare a diventare un corridore di corse a tappe, presto risolti a favore delle classiche in linea» al «dolore per l'ostracismo che ho trovato al mio rientro dopo la squalifica, fatto che mi ha tolto ogni possibilità di tornare a correre, e mi sarebbe tanto piaciuto almeno una volta, nelle classiche che tanto amavo».

Davide, però, ha sempre avuto il rispetto del gruppo, «lì sono sempre stato accolto bene». E lui lo dava agli altri. All'inizio lo chiamavano "il chierichetto", per il modo di porsi, sempre con umiltà, anche con mansuetudine. Sorrideva quando in Belgio lo chiamavano Tin-Tin da un personaggio da cartoni animati e fumetti molto famoso da quelle parti, «per l'indubbia somiglianza, a partire da quel ciuffo che ho avuto sino a quando ho cominciato a perdere capelli».

 

Era in partenza per Città del Capo

Davide era arrivato a casa dei genitori da Monaco perché tra qualche giorno sarebbe volato a Città del Capo a una fiera i biciclette, testimone della Work Service, la squadra con cui ha concluso la carriera e dove era testimonial e attento allo sviluppo dell'andare in bici con le bici gravel. Oggi, sicuramente, sarebbe passato a trovare, nel suo immancabile giro in bici, Gianni Tebaldo, il presidente della sua Riboli che sentiva Davide «come un figlio».

E anche Roberto Gallinetta suo massaggiatore di fiducia da sempre, persone alle quali è sempre rimasto riconoscente e amico. Davide, nel dopo carriera, voleva insegnare ciclismo e, soprattutto, trasmettere ai giovani la bellezza dell'andare in bici. Si era anche pensato anche a un libro sulla sua carriera e su questi temi, sicurezza stradale compresa, «fondamentale per i ragazzini, per tranquillizzare le famiglie e non impedire loro che i figli provino uno sport bellissimo».Davide Rebellin è stato un grande atleta e sarebbe un atto di giustizia restituirgli post mortem la medaglia olimpica per il male che ha dovuto sopportare al rientro. Lui era, soprattutto, una persona buona.

Renzo Puliero

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