L'anniversario

Squizzato porta in scena lo scrittore: «Trevisan scava nelle coscienze»

A quattro anni dalla morte dell'autore vicentino. Stasera al teatro Astra in scena “Scandisk” con l’attore. È la prima delle tre pièce contenute in “Wordstar(s)”
Lo scrittore Vitaliano Trevisan, nato a Sandrigo nel 1960 è morto il 7 gennaio 2022 a Crespadoro
Lo scrittore Vitaliano Trevisan, nato a Sandrigo nel 1960 è morto il 7 gennaio 2022 a Crespadoro
Lo scrittore Vitaliano Trevisan, nato a Sandrigo nel 1960 è morto il 7 gennaio 2022 a Crespadoro
Lo scrittore Vitaliano Trevisan, nato a Sandrigo nel 1960 è morto il 7 gennaio 2022 a Crespadoro

Finalmente, dopo aver esordito a Bologna il 6 febbraio del 2024, arriva anche a Vicenza, nell’abito della rassegna “Sui miei passi” dedicata a Vitaliano Trevisan, “Scandisk”. Stasera, alle 21, al teatro Astra (contra’ Barche 53), in occasione del quarto anniversario della morte dello scrittore, avvenuta il 7 gennaio del 2022, il giovane regista e attore veronese Jacopo Squizzato porterà in scena la prima delle tre pièce contenute in “Wordstar(s)”, trilogia di Trevisan dedicata al tema della memoria, uscita nel 2004 per Sironi Editore.

Protagonisti dell’opera, portata a teatro nel 2005/06 anche da Toni Servillo insieme a “Defrag”, il secondo testo della trilogia, sono tre operai che, nell’arco scenico di cinque pause di lavoro, distribuite in cinque mesi, si trovano nel cortile del magazzino di cuscinetti a sfera dove lavorano. Qui assistiamo alle loro conversazioni dalle quali emerge un serpeggiante senso di frustrazione e di sconfitta che li porterà al balordo progetto di una rapina che dovrebbe cambiare le loro vite.

Lei non ha mai conosciuto direttamente Vitaliano Trevisan. In che modo è entrato in contatto con i suoi testi?
Nel 2010, al secondo anno della scuola per attori del Teatro Stabile di Torino, il direttore Valter Malosti mi consigliò Scandisk e mi inviò Wordstar(s), la trilogia della memoria. Fu Malosti, poi direttore di ERT, a permettermi di mettere in scena Scandisk. Quell’incontro fu decisivo: non era solo una voce nuova, ma una lingua che scavava nella coscienza contemporanea usando il lessico tecnico informatico per restituire immagini della psiche.

Perché tra tutti i testi teatrali dello scrittore ha scelto proprio Scandisk?
Scandisk è breve ma radicale: apre una via che parte da Shakespeare e Galileo e arriva a Beckett, spingendo oltre la decostruzione dell’uomo centro. Mi colpì la capacità del testo di creare personaggi «fiammanti», pronti alla sfida dell’eternità del classico. L’informatica non è un vezzo, è metafora essenziale della nostra epoca, per questo il lavoro dello scenografo Alberto Favretto, del light designer Tiziano Ruggia e del musicista Andrea Gianessi è stato di vitale importanza.

Quali scelte di regia ha fatto?
Scandisk è scritto da una voce che ha conquistato un’inaudita coscienza di sé e usa il linguaggio tecnico informatico per dare immagine dei moti della psiche. La regia ha scelto la funzione dell’idraulico: costruire un impianto che mettesse in collegamento tubi, rubinetti e serbatoi, cioè un dispositivo tecnico artigianale che lasciasse circolare l’energia del testo senza soffocarne la voce. L’obiettivo era creare connessioni tra opera e spettatore, non sovrapporre immagini alla parola.

Il testo è un atto unico molto breve, ma ha deciso di inserire degli altri materiali. Quali e perché?
All’inizio ho integrato prologo ed epilogo con frammenti tratti dall’opera narrativa per raggiungere una durata più tradizionale. Grazie al confronto con gli attori Mauro Bernardi e Beppe Casales, che condividono la scena con me, ho capito che la brevità era una forza: lasciare lo spettatore disperso nella densità della brevità avrebbe avuto maggiore impatto. L’integrazione è stata un errore di qualità.

In un’intervista Trevisan dice che i tre testi di Wordstar(s) nascono dal lavoro del pittore vicentino Enrico Mitrovich e per questo lei ha voluto incontrarlo. Che suggerimenti le ha dato?
Mitrovich è parimenti un grande artista visivo e concettuale come lo è Trevisan per la scrittura, dobbiamo aspettare che termini la sua vita biologica per accorgersene e valorizzarlo? Il confronto con lui e con la compagna ed erede di Trevisan, Francesca Causarano, ha aperto punti di vista inediti e ha rafforzato l’idea che l’opera sia un dispositivo da montare con rigore.

Ora sta lavorando a Defrag, che esordirà il 14 aprile, sempre prodotto da ERT, al Teatro delle Moline di Bologna. Si tratta di un testo molto diverso da Scandisk, più intimo, con personaggi esclusivamente femminili. Come lo ha affrontato?
Mi approccio all’opera di Trevisan così come mi avvicino alle opere di Eschilo, Cechov, Goldoni, Shakespeare, Kane e Mamet; per me le sue opere hanno lo stesso peso. Come per Scandisk, affronto Defrag con lo stesso rispetto per la lingua e la forma: la direzione si costruisce in prova con le attrici. Lavorerò con Beatrice Schiros, Alice Torriani e Roberta Lanave; la loro presenza sarà decisiva per trovare la misura. Il testo chiede ascolto e cura del silenzio.

Pensa che dopo queste due tappe riuscirà a portare in scena la trilogia completa? Sarebbe il primo a farlo.
Vorrei, ma servono energie e spazi istituzionali. Spero che Vicenza e la nuova direzione di ERT sostengano il progetto; senza un sostegno strutturato è difficile mettere in scena l’intera trilogia.

Che eredità lascia Trevisan a livello teatrale e non solo?
Trevisan lascia una critica severa alla scena italiana, una lingua che rifiuta la retorica e la capacità di mettere in crisi le abitudini percettive. È un invito a lavorare per autonomia, sperimentazione e rigore.

Trevisan era molto critico rispetto alla scena teatrale italiana. Lei che impressioni ha?
Vedo una scena che spesso privilegia quantità e vendibilità. Molti artisti tra i 20 e i 35 anni producono indipendenza creativa ma mancano reti e spazi per la diffusione. Fondare piccoli spazi può essere una risposta pratica per creare energia autonoma e permettere a nuovi testi di trovare il loro pubblico.

Fabio Giaretta

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