Sul red carpet l’inno alla vita di Sam. Guai a parlare di lezione: «io non sono un esempio, sono come tutti perché quello che è successo a me succede a tante, troppe persone».
Nel 2012 l'incidente di Samantha Cengia
Con questo spirito, 11 anni dopo il terribile incidente che le ha portato via la mamma Elisabetta e che l’ha fatta piombare nel buio di un coma durato quasi 100 giorni per farla risvegliare con una vita completamente diversa, Samantha Cengia ha indossato un abito bellissimo, si è accomodata sulla sua sedia rotelle e ha sfilato in passerella.
È successo a San Bonifacio, dove da qualche anno si è trasferita lasciando San Giovanni Ilarione (il suo paese), «perché qui ho tutti i servizi e ricominciando, difficilmente trovo qualcuno che quando mi incontra mi dice poarina».
Sam, 34 anni, una laurea in Tradizione e cultura dei testi letterari discussa da remoto in pieno Covid (aprile 2020) approccia la vita a viso aperto, «perché il peggio l’ho già passato. Ho riportato danni cerebrali, funziona quasi tutto ma è tutto disordinato: mi son persa per strada la parte emotiva, e le lacrime».
Leggi anche «Io: disabile, bella e sexy Perché vi stupite ancora?»
Sam e la moda
Alla sfilata si è arrivati perché c’è un coreografo sambonifacese che è convinto che in passerella debba sfilare la normalità, visto che tutti si vestono. «Avevo carta bianca: ingaggiata una modella settantenne», dice Andrea Dalla Mura, «mi sono giocato la carta con Sam che ha accettato al settimo cielo».
«Da ragazza la moda era un desiderio irrealizzabile a causa degli impegni di studio», racconta lei, «ma oggi è perché l’ho trovato giusto. Tu esisti, gli altri esistono, queste cose succedono, esistono».
Al suo fianco Zàhara: un po’ sorella maggiore, un po’ mamma, molto amica, complice. La formula per andare avanti l’ha inventata lei, con il suo «non stai paura» con cui, mischiando francese (è marocchina), italiano e dialetto si è rivolta a Samantha.
«Se mi ha messo in difficoltà l’idea di sfilare?», dice Samantha, «ho rischiato di morire, posso aver paura di una cosa del genere? Certo, è stata la prima volta in cui mi sono rimessa al centro, mi guardavano tutti e tutto quel calore, gli applausi...mi è sembrato tanto». Guarda sempre avanti Samantha: «La libertà è una cosa di testa», dice, «io sono sempre stata libera, anche nel letto in ospedale».
«Non chiamatemi poarina»
Guarda avanti Sam, «alla trasferta in Marocco a casa di Zàhara, che voglio organizzare», dice, «e al mio lavoro. Quando ero in prima elementare la maestra parlò del profumo del libro: quello che avrei voluto fare da grande l’ho deciso allora, ed è stata meravigliosa l’esperienza di stage nella biblioteca di Castelvecchio e a Colognola. È il mio posto, adoro mettere ordine».
Lo fa tutti i giorni, tra papà Feliciano e il fratello Marco, pensando a una famiglia tutta sua in futuro, organizzando la vita tra piscina e fisioterapia, psicologo e psichiatra. «Cosa mi manca?», riflette, «la mamma, nient’altro perché faccio tutto. Quello che è successo a me succede a tante, troppe persone: io non sono speciale ed ho capito che gli unici veri poarini sono le persone che si arrendono, che non si danno un’opportunità».